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venerdì, novembre 12, 2010
Il sito di lavoce.info offre sempre spunti interessanti: la qualità, del resto, si vede subito. E qui trovate un interessante articolo di Francesco Daveri sulla crescita economica nei principali Paesi dell'Ocse, con un occhio ben puntato sull'Italia e sulla sua anemica crescita...
lunedì, agosto 03, 2009
Sta finendo?
Qualcuno ha sostenuto che la crisi non è mai esistita, altri hanno risposto che invece non finirà mai. Probabilmente idee così radicali sono entrambe errate, ma forse questa volta il peggio è già passato, con i dati americani migliori delle attese (qui l'articolo) e con le vendite di automobili (storicamente una buona cartina tornasole per valutare l'andamento dell'economia nostrana) in Italia che per il secondo mese consecutivo fanno registrare una sostanziosa crescita. Magari sono ancora segnali troppo deboli, ma per quella che è stata definita la peggiore crisi dal dopoguerra (e di certo la più grave da quando io sono nato) mi sembra comunque un inizio...
domenica, maggio 17, 2009
Un anno di governo Berlusconi: l'opinione di Tito Boeri
Ho già espresso in passato il mio apprezzamento per Boeri e per il giornale on-line con il quale collabora (La Voce), e credo che le sue analisi, sempre imparziali e ben strutturate, possano essere d'aiuto per meglio comprendere il mondo che ci circonda, specie quello politico-economico a noi più vicino...
TANTI TITULI, SERO RIFORME
di Tito Boeri 08.05.2009
Il governo Berlusconi si è insediato da un anno. E' dunque tempo di un primo bilancio di quanto fatto e non fatto. Proponiamo ai lettori una serie di schede che coprono tutte le aree che hanno una rilevante implicazione sull'andamento dell' economia italiana. Hanno un denominatore comune: l'attivismo del governo, che ha permesso di conquistare spesso i titoli di apertura dei giornali. Ma le misure effettivamente varate si contano sulle dita di una mano. E nessuna di queste può definirsi una riforma. Anche di fronte alla crisi, si è scelta la linea dell'immobilismo. Parafrasando un famoso allenatore di calcio: "tanti tituli, sero riforme".
Il primo anno di attività di un governo dà l’impronta di una politica economica per l’intera legislatura. È il periodo in cui si possono fare le riforme più difficili, quando si è ancora lontani dal voto e si ha il tempo di ottenere risultati che potranno poi essere presentati agli elettori alla prossima scadenza elettorale. Per questo, come già fatto con precedenti esecutivi, abbiamo voluto richiamare attraverso una serie di schede quanto fatto sin qui dal IV governo Berlusconi, quanto non è stato fatto pur essendo nel programma elettorale e offrire una nostra valutazione delle misure intraprese. Le schede coprono tutte le aree che hanno una rilevante implicazione sull’andamento dell’economia italiana: dalla scuola e università alle privatizzazioni, dal mercato del lavoro alle pensioni, dalle infrastrutture alle politiche sulla casa, dall’immigrazione alle misure sui mercati finanziari, dalla giustizia alla sanità. Cominciamo oggi, in occasione dell’anniversario dell’insediamento del governo, con la pubblicazione di una prima serie di schede. Altre seguiranno nelle prossime uscite, dando tempo ai lettori di commentarle e di farci sapere se, a loro giudizio, abbiamo omesso qualcosa di rilevante.
DIETRO L'ATTIVISMO NESSUNA RIFORMA
È utile comunque anticipare un comune denominatore emerso da questo sforzo collettivo della redazione de lavoce.info. Questo esecutivo ha dato una prova di molto più attivismo di governi precedenti. Il contrasto con il Prodi II, bloccato da veti incrociati interni alla coalizione in ogni anelito riformatore e da una fragilissima maggioranza al Senato, è abissale. Forse anche per accentuare le differenze con l’esecutivo precedente, il Berlusconi IV è partito subito lancia in resta aprendo una lunga serie di cantieri, prontamente annunciati dai titoli di testa dei giornali e delle televisioni. Ha anche affrontato subito e con risolutezza il problema dei rifiuti a Napoli, avviandolo a soluzione.
A un anno di distanza, tuttavia, sono rimasti i titoli negli archivi dei giornali, agli annunci non hanno fatto seguito atti concreti. Sono state approvate leggi delega, come quella sul federalismo, che sono anch’esse un annuncio, un contenitore vuoto. Lo ha riconosciuto lo stesso Ministro Tremonti nella Relazione Unificata sull’Economia e la Finanza. I ben quattro piani casi annunciati sono rimasti tutti sulla carta. Le misure effettivamente varate si contano sulle dita di una mano: la rimozione del divieto di cumulo fra pensioni e attività di lavoro, il cosiddetto lodo Alfano, le misure sulle società quotate e i Tremonti bond.
Nessuna di queste misure può essere considerata una riforma. La rimozione del divieto di cumulo, come spiegato da Agar Brugiavini, ha l’effetto di aumentare ancora di più gli squilibri della nostra spesa sociale proprio in un momento in cui le poche risorse disponibili andrebbero concentrate nell’aiutare chi perde il lavoro, il lodo Alfano, come spiega Carlo Guarnieri, serve soprattutto a risolvere le pendenze penali del presidente del Consiglio, le misure sulle società quotate, come denunciato dall’Antitrust, servono unicamente a proteggere i gruppi di controllo delle maggiori società italiane e scoraggiano l’arrivo di capitali freschi in un momento in cui le nostre imprese sono sottocapitalizzate, i Tremonti bond sono una misura ben congegnata, seppur tardiva in rapporto a quanto fatto in altri paesi, ma pur sempre una misura temporanea, non certo una riforma. E ben pochi dei cantieri annunciati sono stati aperti. Tra questi quello dell’università, dove all’annuncio di voler distribuire una quota significativa dei finanziamenti agli atenei in base ai risultati di una valutazione della qualità dell’offerta formativa e della didattica, non ha però fatto seguito alcun intervento concreto, nonostante siano ampiamente passati i termini previsti per i regolamenti attuativi, come avvertono Daniele Checchi e Tullio Jappelli. Un altro cantiere aperto è quello della legge delega sulla riforma della pubblica amministrazione di cui si attendono i decreti attuativi. Sin qui ci sono state solo misure draconiane e indiscriminate per abbattere l’assenteismo, decurtando il salario dei dipendenti pubblici, anche quando ricoverati in ospedale. Non sorprende che ci siano state riduzioni dell’assenteismo, ma a che prezzo? Con quali risultati? L’unica cosa che oggi si vede è l’ulteriore aumento della quota di spesa pubblica (e di Pil) destinata al pubblico impiego, come recentemente certificato dalla Relazione unificata sull’economia e la finanza.
Dove cantieri proprio non ce ne sono né ce ne saranno è in materia di lavoro e politiche previdenziali. Niente riforma degli ammortizzatori sociali, niente riforma dei percorsi di ingresso nel mercato del lavoro, nessun intervento per legare le pensioni all’andamento dell’economia, come ha ribadito in questi giorni il ministro Sacconi. Vedremo solo libri bianchi, che si aggiungono a quelli dei governi precedenti, e ai libri verdi già prodotti. E nel silenzio di tutti la Camera ha reintrodotto il più generoso sistema contributivo. Ovviamente solo per i parlamentari.
QUANTO CONTA LA CRISI
Parafrasando un allenatore forse comunicatore altrettanto abile del nostro presidente del Consiglio, abbiamo sin qui avuto "tanti tituli ma sero riforme". Confidiamo nei cantieri aperti e non mancheremo di monitorarli. Non vorremmo trovarci fra qualche anno a dover scrivere di questi un resoconto del tipo di quello offerto da due scrupolosissimi economisti francesi, Pierre Cahuc e André Zylberberg, su la methode Sarkozy, a due anni dall’insediamento di un esecutivo inizialmente ancora più popolare del IV governo Berlusconi. “La strategia si basa su due principi fondamentali: il soffocamento e la conciliazione. Il primo consiste nel proporre costantemente nuove misure, imponendo procedure d’urgenza per la loro approvazione, disorientando e paralizzando l’avversario con una fitta agenda di riforme. L’insuccesso in una di queste riforme non sarà percepito come un fallimento perché ci sono tanti altri cantieri aperti. (…) Il secondo principio consiste nel dare soddisfazione alle richieste delle diverse categorie rappresentate, aprendo tanti diversi tavoli di concertazione, poi in gran parte autogestiti dalle parti sociali, e facendo concessioni importanti alle categorie, a dispetto dell’interesse generale, pur di poter dichiarare di avere completato il processo nei tempi previsti”.
Certo, l’attività di questo governo ha dovuto scontrarsi con una crisi economica senza precedenti, la cui genesi certo non può essere addossata all'esecutivo Berlusconi. Ma non è affatto vero che durante le crisi non si possano fare riforme. Al contrario, come mostrato dal grafico qui sotto che conta le riforme strutturali varate in diverse fasi congiunturali in Europa, le misure più ambiziose vengono generalmente condotte in periodo di crisi, quando si riesce a trovare quella coesione attorno a misure indispensabili per il rilancio dell’economia che non è possibile trovare in tempi “normali”. Né si può dire che tutte le energie e il capitale politico di questo governo hanno dovuto essere spesi nel varo di misure di emergenza perché il nostro esecutivo ha scelto una linea, giusta o sbagliata che sia, di immobilismo di fronte alla crisi, “scegliendo soprattutto di non scegliere”. Inoltre, molte riforme si possono fare a costo zero, quindi la giustificazione dell’immobilismo in base ai vincoli di bilancio non regge. Tra l’altro bene notare che la caduta dei tassi di interesse durante la crisi ha portato a ingenti risparmi per le casse dello stato in termini di minore spesa nel servizio del debito pubblico.
L’immobilismo non ha comunque impedito che si consumassero redistribuzioni importanti delle risorse pubbliche. Di alcune di queste abbiamo già riferito. Di altre, soprattutto di quelle legate alla forte discrezionalità dell’esecutivo nell’allocare il Fondo aree sottosviluppate o nel reperire fondi per gli ammortizzatori sociali in deroga, in realtà soprattutto in proroga, non mancheremo di dare conto nelle prossime settimane. Ci sono anche redistribuzioni virtuali, molti soldi non veri che sono stati distribuiti. A parole. Anche di questi cercheremo di tenere traccia, con l'aiuto di voi lettori.
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Stefano
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Parole chiave: economia, governo Berlusconi, riforme, Tito Boeri
mercoledì, dicembre 13, 2006
Ansia da prestazione...
Siamo ormai a fine anno, ed ogni azienda che si rispetti si accinge a chiudere i proprio conti. E, come è normale, tutti sperano di portare a casa un risultato positivo. Però c'è chi - pur portando risultati assolutamente brillanti - si sente quasi inadeguato perché avrebbe voluto portare risultati ancora migliori: perché mai, dico io, non gioire di ciò che si è ottenuto? Perché essere sempre e comunque votati al martirio, all'umiliazione, allo stare male perché si poteva portare un euro in più?
La nostra mi pare sempre più una società malata, dove ognuno sembra dovere dimostrare di essere migliore di quanto non sia già: è un circolo vizioso, dove pur facendo bene si cerca di fare ancora meglio. Si può migliorare tanto, è vero, ma arriva un punto arrivati al quale bisogna fermarsi e capire che più di questo è umanamente impossibile. Ma forse l'insoddisfazione e il senso di inadeguatezza per certe cose è innato...
La nostra mi pare sempre più una società malata, dove ognuno sembra dovere dimostrare di essere migliore di quanto non sia già: è un circolo vizioso, dove pur facendo bene si cerca di fare ancora meglio. Si può migliorare tanto, è vero, ma arriva un punto arrivati al quale bisogna fermarsi e capire che più di questo è umanamente impossibile. Ma forse l'insoddisfazione e il senso di inadeguatezza per certe cose è innato...
venerdì, novembre 17, 2006
Salirà ancora?
Sono anni (dopo la spaventosa bolla finanziaria del 2000 che ha bruciato tanti risparmiatori) che le borse salgono continuamente. Negli ultimi mesi - in particolare - il trend di salita sembra costante ed inarrestabile. Il problema sta sempre nel capire se i corsi azionari possono salire in eterno o se, invece, sono necessarie periodiche correzioni verso il basso. Io, in questi ultimi mesi, ho beneficiato parecchio di questo rialzo (nella salita generalizzata dei prezzi anche le mie azioni ne hanno beneficiato), ed adesso mi trovo nella situazione di dovere capire se continuare (magari incrementando le posizioni) o liquidare l'investimento cercando altro. Certo, sarebbe bello avere la sfera di cristallo, con la quale tutte le risposte sono sempre a disposizione...venerdì, novembre 10, 2006
Anche il Governatore della Banca d'Italia si unisce al coro
Trovo veramente triste che sempre più personaggi di spicco dell'Italia che conta (prima di lui, infatti, anche il presidente di Confindustria Montezemolo e l'economista Giavazzi avevano perorato questa causa) continuino ad affermare che in Italia mancano laureati (ha usato formule differenti, ma il concetto è quello: bisogna aumentare il livello medio di istruzione). Io mi trovo completamente in disaccordo con Draghi (e quindi con Montezemolo e Giavazzi), per la semplice considerazione che il mercato del lavoro non è minimamente in grado di assorbire i neo-laureati di oggi (che - non dimentichiamolo - sono 3 volte quelli che avevamo 10 anni fa: nello stesso periodo non mi pare che l'offerta di lavoro altamente qualificato, ossia riservato a chi ha una laurea, sia aumentato della stessa misura: per approfondimenti, vedi il sito del Ministero dell'Istruzione, sezione statistiche). Esiste un numero consideravole di laureati che lavora nei call-center, rispondendo al telefono: è questo il lavoro che merita una persona che ha studiato tanto? Io dico di no, e non perché consideri in sé svilente il lavoro di operatore di call-center (che stimo), ma perché esso può benissimo essere svolto da chi ha conseguito un diploma di scuola superiore: perché investire altri 5 anni per acquisire nuove competenze che non saranno poi utilizzate? A me appare uno spreco, che ha un costo economico enorme (5 anni di mantenimento all'università, ma soprattutto 5 anni di ritardo nell'ingresso nel mondo del lavoro, che vuol dire meno stipendi e meno contributi previdenziali versati).Io mi sono sempre domandato perché qualcuno possa affermare che l'Italia necessita di più laureati. Forse qualcuno è in buona fede (ma se parliamo di super esperti del mondo economico mi viene difficile pensarlo...), ma forse qualcuno non lo è: e se chi rappresenta il mondo delle imprese può avere tutto l'interesse ad incrementare l'offerta di lavoratori qualificati (se ho più laureati che vogliono lavorare posso pagarli di meno), proprio mi sfugge perché il Governatore della Banca d'Italia debba affermare certe cose. Forse è solo per avere un capro espiatorio al quale attribuire eventualmente i nostri insuccessi (l'Italia arretra nel contesto internazionale? E' colpa della mancanza di personale qualificato. La produttività diminuisce? Troppi pochi laureati). Vorrei però fare presente al Governatore Draghi che negli ultimi 10 anni, a fronte di un numero di laureati che è triplicato, la competitività del Paese non è minimamente aumentata, anzi: forse allora l'istruzione dei nostri lavoratori non è un fattore fondamentale...
venerdì, novembre 03, 2006
Il grande fratello
Negli ultimi anni - complici anche gli oggettivi problemi legati al terrorismo internazionale - si sono moltiplicati in tutto il mondo i tentativi di limitare la sfera dei diritti di cui ognuno gode: maggiori poteri agli investigatori, deroga al rispetto delle norme fondamentali del diritto nazionale ed internazionale (pensiamo al caso di Guantanamo: per anni i prigionieri non hanno goduto di alcun diritto, né quelli riconosciuti agli imputati - avere un avvocato e un giusto processo - né quelli riconosciuti ai prigionieri di guerra - tutelati dalla Convenzione di Ginevra). Tutto questo in nome di una sicurezza che tarda ad arrivare. Ma la domanda fondamentale, per me, resta: è giusto rinunciare ai propri diritti, alla propria libertà per questo presunto bene comune? C'è chi dice "Se non hai nulla da nascondere allora non devi temere nulla". A parole è facile, ma vorrei proprio vedere come reagirebbe queste persone se le loro innocenti telefonate con la moglie (o con l'amante) venissero intercettate: resterebbero ancora così convinti della correttezza di permettere allo Stato di entrare sempre e comunque nella sfera privata? E questo, si badi bene, a prescindere dal rischio di abusi (ossia di utilizzo strumentale a fini non istituzionali) da parte di chi è deputato ai controlli...In Italia si è recentemente modificata la normativa relativa ai controlli sulle operazioni finanziarie (vedi la circolare dell'Agenzia delle Entrate in PDF): adesso i funzionari l'Agenzia delle Entrate, con la semplice autorizzazione del direttore regionale, e i militari della Guardia di Finanza (non so chi debba dare l'autorizzazione in questo caso, ma ritengo il comandante del nucleo regionale) possono controllare tutte le nostre operazioni ed i nostri conti correnti, senza particolari formalità (ossia senza l'autorizzazione del magistrato, che fungeva da garante per la correttezza di tutte queste operazioni). Dicono che tutto questo serve a combattere l'evasione: sarà, ma a me tutto questo non convince, ho come l'impressione che stiamo rinunciando a qualcosa di importante (la nostra privacy) in cambio di qualcosa che potrebbe non arrivare. Il tempo mi darà ragione o torto: ora che ci sono questi nuovi mezzi di indagine finalizzati a scovare anche il più piccolo evasore, sono curioso di vedere cosa accadrà. Se fra cinque anni il livello di evasione fiscale sarà diminuito consistentemente allora mi ricrederò e farò i miei complimenti a chi ha creduto in queste misure. In caso contrario, spero che gli autori facciano pubblica ammenda, ammettendo di avere completamente sbagliato...
giovedì, novembre 02, 2006
Sono perplesso...
La cosa che più mi dispiace è l'atteggiamento del governo. Premetto che io non mi riconosco nell'attuale maggioranza (a dire il vero neppure nell'opposizione, tanto che alle ultime elezioni non ho votato), però se c'è una cosa che mi da fastidio - ad ogni livello - è l'ipocrisia. Berlusconi aveva (probabilmente in maniera strumentale) battuto tanto sul tema delle tasse, definendo l'Ulivo il partito delle tasse. Prodi (e ricordo anche Visco, al quale Forattini ha dedicato una vignetta satirica che rappresenta probabilmente l'opinione che una parte del Paese ha del viceministro all'economia) ha sempre respinto le accuse dicendo che non avrebbe aumentato le tasse (anzi, le avrebbe ridotte, vedi il taglio al cuneo fiscale). Direi che a sei mesi dalle elezioni bisogna ammettere che Berlusconi (che magari ha veramente lasciato una situazione disastrosa dei conti, ma Prodi avrebbe dovuto aspettarselo...) aveva ragione...
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Stefano
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Parole chiave: economia, finanziaria, Italia, Politica, Società
martedì, ottobre 31, 2006
TFR o fondi pensione?
Da quando la riforma previdenziale varata nel 1995 dall'allora governo Dini ha introdotto la possibilità - per tutti i lavoratori - di aderire ai fondi pensione attraverso il versamento di una quota del proprio reddito (e del TFR per i dipendenti), si è iniziato a parlare della convenienza o meno di tale adesione. Adesso che, con la nuova riforma, il lavoratore dovrà necessariamente decidere esplicitamente se non vuole aderire ai fondi (mantenendo così il proprio TFR), diventa ancora più importante capire quale sia la scelta più corretta.Per prima cosa, non lasciamoci prendere dagli allarmismi. In molti hanno visto nell'adesione ai fondi una sorta di "scippo" di un istituto, il TFR, che è sempre stato visto (e continua a rimanere) come un diritto del lavoratore, ma in realtà aderire ad un fondo (che resta comunque una facoltà, non un obbligo) potrebbe essere una buona scelta: tutto dipende da cosa il lavoratore si aspetta e ritiene meglio per se stesso.
Facciamo un po' di chiarezza. Il TFR (Trattamento di Fine Rapporto) è una particolare forma di retribuzione differita, ossia essa matura durante il rapporto di lavoro (la sua quota è pari alla retribuzione continuativa - ossia escludendo voci erogate una tantum o per motivi contingenti - divisa per 13,5: in realtà, visto che una parte di essa viene versata a fondo perduto all'INPS il reale accantonamento in favore del lavoratore è il 6,91% della retribuzione) ma viene percepita solo al termine del rapporto stesso. Quando parlo di termine del rapporto, prescindo dalla causa che lo provoca: dimissioni, licenziamento o pensionamento sono indifferenti ai fini del pagamento del TFR. La logica alla base di questo istituto è semplice: il TFR è un risparmio forzato che il legislatore impone al lavoratore, così che se - per qualunque ragione - esso dovesse restare disoccupato, avrà comunque un capitale col quale mantenersi. Esso, inoltre, ha assunto il ruolo di fonte di finanziamento a basso costo per le Aziende, in quanto il TFR maturato restava nelle disponibilità del datore di lavoro.
Facciamo un po' di chiarezza. Il TFR (Trattamento di Fine Rapporto) è una particolare forma di retribuzione differita, ossia essa matura durante il rapporto di lavoro (la sua quota è pari alla retribuzione continuativa - ossia escludendo voci erogate una tantum o per motivi contingenti - divisa per 13,5: in realtà, visto che una parte di essa viene versata a fondo perduto all'INPS il reale accantonamento in favore del lavoratore è il 6,91% della retribuzione) ma viene percepita solo al termine del rapporto stesso. Quando parlo di termine del rapporto, prescindo dalla causa che lo provoca: dimissioni, licenziamento o pensionamento sono indifferenti ai fini del pagamento del TFR. La logica alla base di questo istituto è semplice: il TFR è un risparmio forzato che il legislatore impone al lavoratore, così che se - per qualunque ragione - esso dovesse restare disoccupato, avrà comunque un capitale col quale mantenersi. Esso, inoltre, ha assunto il ruolo di fonte di finanziamento a basso costo per le Aziende, in quanto il TFR maturato restava nelle disponibilità del datore di lavoro.
Il TFR ha un meccanismo di rivalutazione prevista dalla legge: 1,5% fisso più il 75% dell'inflazione. Questo vuol dire che finché il tasso di inflazione è minore del 6%, il TFR si rivaluta più del costo della vita: negli ultimi anni, fortunatamente, tale condizione è stata ampiamente verificata, cosicché il TFR si è costantemente rivalutato anche in termini reali. A fronte della sicurezza della rivalutazione, ovviamente, il rendimento non può che essere basso. E proprio in forza a questo basso rendimento che il TFR rappresenta, per i datori di lavoro, un finanziamento a tasso bassissimo (nell'ipotesi di inflazione al 2,5% la rivalutazione è del 3,375%, quando un normale prestito bancario ha un tasso almeno doppio).
Anche dal punto di vista fiscale il TFR gode di alcune agevolazioni. Senza volere entrare nel calcolo dettagliato (la rivalutazione viene tassata ogni anno dell'11% e non concorre alla formazione dell'imponibile tassato all'atto dell'erogazione), possiamo affermare che il TFR viene tassato con l'aliquota media degli ultimi 5 anni precedenti l'erogazione, ossia con una aliquota ben minore di quella marginale (ossia quella che verrebbe applicata ad eventuali redditi aggiuntivi rispetto al proprio stipendio).
Ma se il TFR offre sicurezza e gode di un trattamento fiscale privilegiato, perché dovremo essere interessati ad aderire ad un fondo? Questa è un bella domanda, e la risposta è una sola: il TFR offre - a scadenza - un capitale sicuro ma a basso rendimento. I fondi pensione, invece, investono in attività finanziarie, che per natura sono più rischiose ma hanno un rendimento atteso (= in media lo conseguono, ma ovviamente possono anche fallire l'obiettivo) ben più alto, ma soprattutto non assicurano tanto un capitale a scadenza (in realtà anche i fondi pensione possono erogare un capitale, ma in questo caso la tassazione è ordinaria e quindi si paga l'aliquota marginale, ben più alta di quella media: in pratica riscattare la propria posizione dal fondo pensione è un suicidio economico), quanto una rendita vitalizia, ossia una seconda pensione: in un mondo dove le pensioni saranno - a parità di contributi e anni di lavoro - pù basse rispetto al passato, una integrazione pensionistica non può che fare bene.
Cosa è meglio, allora? Non c'è una risposta univoca, ognuno di noi deve capire quale dei due sistemi è più adatto alle proprie esigenze. Dal punto di vista attuariale, e considerando i rischi connessi all'investimento in attività finanziarie, esse sono equivalenti. Nei casi concreti potrebbero essere certamente ben diversi (casi limite: pensionato che muore dopo un anno dal pensionamento; col TFR il capitale sarebbe stato suo e quindi sarebbe confluito nell'asse ereditario, con la pensione integrativa la morte del pensionato estingue - salvo casi di reversibilità - il diritto; viceversa, chi sopravvive oltre i 100 anni avrebbe un enorme vantaggio nell'aver preferito una seconda pensione al capitale del TFR...).
Cosa ne penso io? Idealmente sono più favorevole alla rendita che al TFR, ma oggettivamente fino ad oggi non ho ancora aderito alla previdenza integrativa, mantenendo il caro, vecchio trattamento di fine rapporto. Dipenderà dal fatto che chi mantiene il TFR può decidere di passare alla previdenza integrativa, mentre il viceversa non è consentito?
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Stefano
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Parole chiave: economia, pensione, previdenza, Società, TFR
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