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venerdì, luglio 17, 2009

Sud-Nord (sola andata)

Secondo lo Svimez (qui l'articolo su Repubblica.it) negli ultimi 10 anni sono stati 700 mila i meridionali che si sono trasferiti nelle regioni del Nord Italia per motivi di lavoro. Un numero altissimo, probabilmente stimato per difetto, che fotografa un fenomeno - quello dell'emigrazione - considerato per decenni concluso (o comunque marginale) e scoppiato nuovamente, e prepotentemente, nell'ultimo decennio. Per il Sud questa emorragia rappresenta una perdita spaventosa: tutti giovani produttivi che hanno abbandonato la propria terra, normalmente in possesso di una istruzione superiore alla media (una quarto di questi emigranti è in possesso di una laurea), che invece di contribuire allo sviluppo economico delle regioni che li hanno visti crescere finiscono per aumentare ulteriormente il benessere di altre regioni. Un vero paradosso, che però mostra un andamento in crescita che rischia di allargare ulteriormente il già ben evidente divario tra le due macro-regioni d'Italia: in dieci anni si sono succeduti al governo (nazionale e regionale) governi di destra e sinistra, ma la situazione non è cambiata. Sarà stata solo mancanza di volontà politica, oppure il problema ormai è irrisolvibile? Il Presidente Napolitano chiede alle istituzioni di "fare di più": chissà cosa intende, mi domando concretamente quali sarebbero le azioni che lo Stato e le altre Pubbliche Amministrazioni potrebbero mai fare per cambiare la situazione. Io non riesco a capirlo, e forse sarebbe ora che chi rappresenta il potere iniziasse ad essere più chiaro, esprimendo apertamente le proprie proposte, ammesso che esistano e non siano solo buoni propositi...

domenica, maggio 31, 2009

I nuovi laureati

Su Il Sole 24 Ore del 27 maggio è comparsa una breve analisi sui neo-laureati italiani: a parte le considerazioni soggettive, credo che valga la pena commentare i valori che dovrebbero teoricamente essere oggettivi, ossia i numeri. Dal 2001 al 2008 il numero di studenti che ha conseguito il titolo di dottore è cresciuto del 70%, toccando quasi quota 300 mila: l'effetto più macroscopico di tale incremento non è stato - come magari qualcuno avrebbe potuto sperare - una maggiore competitività dell'economia italiana e/o condizioni di impiego migliori per i giovani neo-laureati: no, la nostra economia continua ad arrancare rispetto ai partner mondiali, ed il maggiore numero di laureati disponibili ha semplicemente aumentato l'offerta di manodopera qualificata a basso prezzo. Un numero così elevato di persone con elevato titolo di studio supera di gran lunga le necessità che hanno le aziende italiane di profili specializzati, con la conseguenza che una buona fetta dei laureati vengono alla fine impiegati per attività nelle quali - fino a ieri - si inserivano persone diplomate.
Ma la cosa che più mi lascia perplesso sono gli indicatori sulla qualità dei laureati: voto di laurea e percentuale di laureati nei termini dovrebbero - infatti - fornire una stima della preparazione. Una percentuale quattro volte superiore di laureati in corso, e con una votazione media vicinissima al massimo, mi farebbe immaginare schiere di laureati super preparati (più di quanto non fossero i loro colleghi di 10 anni fa). Eppure l'evidenza sconfessa questa immagine, mostrando nuove leve con una preparazione molto spesso insufficiente, e certamente peggiore (mediamente) rispetto a quella che avevano un tempo i laureati. Sembra quasi che le Università si prestino al gioco perverso di regalare a tutti gli studenti - anche non meritevoli - i propri titoli: sarebbe terribile se ciò fosse vero...

lunedì, ottobre 27, 2008

27 Ottobre 1999

Sono passati 9 anni da quel caldissimo mercoledì di fine ottobre, con Palermo che bruciava sotto un sole più che estivo: se non c'erano 40 gradi, poco ci mancava. Ma quel giorno - nella mia mente - è rimasto impresso soprattutto per un altro motivo: dopo cinque anni di università, primo del mio corso, raggiungevo l'agognato traguardo di tutti gli studenti, quella laurea che - nelle mie idee - avrebbe dovuto spalancarmi le porte del mondo. In parte l'ha pure fatto, ma in maniera completamente diversa rispetto a come io me l'aspettavo. Dopo quel giorno nulla fu più come prima: perché quando sei studente vedi la realtà in un certo modo, quando ormai hai finito di studiare e dei iniziare a cercarti un lavoro la visione cambia. E la mia cambiò in fretta: non ci volle poi tanto a trovare un lavoro (con numerosi colloqui - in Italia ed all'estero - fatti tra novembre e la prima settimana di dicembre), ma alla fine - era metà dicembre - l'unica cosa che avevo in mano era un contratto per lavorare in Belgio: dopo poche settimana la mia trasformazione da studente ad emigrante era completa. E - dopo di allora - la mia vita professionale si è interamente sviluppata fuori dalla mia terra...

sabato, giugno 30, 2007

Ancora la solita storia...

Ieri ho comprato il Corriere della Sera (di tanto in tanto lo faccio), e mi ha colpito un articolo nel quale si sosteneva che i laureati (neolaureati nel caso specifico) siano la categoria più richiesta dalle aziende. A sostegno di tale tesi si portava il forte incremento degli annunci sulla carta stampata relativi a ricerche di personale qualificato. A parte il fatto che non sono così convinto che il dato numerico sia corretto (mi ricordo che nel 2000 sul Corriere della Sera comparivano così tanti annunci di ricerca di personale qualificato che spesso l'edizione del Venerdì non era sufficiente ed alcuni annunci venivano pubblicati il Sabato), l'autore dell'articolo dimentica almeno due fattori:
  1. Il numero di laureati sta crescendo ad un ritmo impressionante (i dati ufficiali sono presenti nella sezione Statistiche del Ministero dell'Università e della Ricerca). Nell'anno solare 2006 i laureati sono stati 297 mila, mentre 8 anni prima erano appena 119 mila.
  2. Le condizioni occupazionali medio di ingresso dei laureati nel mondo del lavoro stanno peggiorando (oggi un contratto normale per un neolaureato è rappresentato da un contratto di inserimento con una retribuzione di 21-22 mila euro: nel 1999 la retribuzione di ingresso - con un contratto di formazione lavoro - si aggirava sui 40 milioni, ossia poco meno di 21 mila euro di allora; se consideriamo 8 anni di inflazione...)
La mia opinione in materia è che oggi la laurea IN MEDIA non paghi, nel senso che la retribuzione media del laureato sarà talmente vicina a quella di chi la laurea non l'ha mai conseguita da non recuperare mai i costi aggiuntivi sostenuti per laurearsi (entrare nel mondo del lavoro con parecchi anni di ritardo, avere costi aggiuntivi per lo studio ed il mantenimento eventualmente fuori sede, avere meno anni di contribuzione ai fini pensionistici, a meno di non riscattare a caro prezzo gli anni universitari, ecc.). Ciò anche alla luce del fatto che sempre più spesso - proprio per il crescente numero di laureati - il laureato viene adibito a mansione che un diplomato avrebbe potuto svolgere egregiamente. Perché allora spingere i giovani - con massicce opere di sensibilizzazione sui media (non passa giorno che un ministro o un presidente della Confindustria non dica "In Italia mancano laureati") - verso una Università che, mediamente, non riuscirà a fornire alcun valore aggiunto?

Che si tratti solo di un sistema per diminuire il numero di disoccupati ufficiali (che fa sempre comodo a chi governa) oppure di avere più laureati per poterli pagare meno (che fa sempre comodo a chi assume)?

venerdì, novembre 03, 2006

Sono già sette...

Sono passati sette anni dal giorno della mia laurea. In realtà la discussione è stata il 27 ottobre, ma la proclamazione (e quindi la relativa festa con parenti e amici, ossia l'unica cosa che effettivamente ci si ricorda a distanza di anni) è stata il 3 novembre 1999: nella facoltà di Ingegneria di Palermo si faceva così, discussione e proclamazione non erano contestuali. L'autunno del 1999 è stata climaticamente molto simile al 2006: anche in quell'anno, infatti, la fine di ottobre ha presentato temperature assolutamente folli per il periodo (io ricordo 35 gradi durante la discussione), mentre durante i primi giorni di novembre la temperatura è andata letteralmente a picco.

Non ricordo più molto della mia laurea: della tesi ricordo a malapena il titolo (anche se, cercando su Internet, ho scoperto - e ricordato - che esse è presente nell'archivio di TesiOnLine, dove sono consultabili anche i primi capitoli), e dell'idea che avevo allora del mondo del lavoro resta ancora meno. Probabilmente pensavo che - con una laurea considerata pesante in mano - le aziende avrebbero fatto ponti d'oro per prendermi. Non vi nascondo la mia perplessità quando mi sono accorto, dopo due mesi, di avere fatto appena due colloqui all'estero (uno andò pure bene, e mi offrirono il primo lavoro in Belgio, in questo centro di ricerca) e due in Italia (entrambi andati male: io ho sempre dato la colpa al fatto che non avevo ancora svolto il servizio di leva e quindi le aziende preferivano prendere qualcuno già milite-esente, ma magari era io a non essere la persona giusta per quel ruolo). Ma forse è corretto così, la laurea fa ancora parte del mondo ovattato del ragazzo-studente dove è giusto avere tanti sogni: chissà però, magari sapendo come va veramente il mondo molte persone rinuncerebbero ad iscriversi all'università...