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domenica, novembre 08, 2009

Droghe

Secondo il Corriere della sera (qui l'articolo) un milanese su tre (considerando la popolazione adulta) ha provato almeno una volta la cocaina, e il 5% l'eroina. Non tutti saranno poi diventati consumatori abituali, ma di certo sono numeri che mettono i brividi: ed anche se la distribuzione non è sicuramente omogenea, con valori così elevati diventa improbabile che - tra le persone che troviamo accanto a noi in ufficio o la sera a casa di amici - non ci siano consumatori abituali. Persone che a prima vista sembrano normali, senza particolari problemi, e che invece - alla prova dei fatti - dimostrano di averne uno enorme, di problema. Chissà cosa spinge una persona a rovinarsi la vita in questo modo, alla ricerca di uno sballo tanto intenso quanto breve. Ogni persona, nella vita, si trova ad affrontare problemi e situazioni anche molto difficili: le risposte possono essere di tanti tipi, ma alcune sono semplicemente sbagliate e controproducenti. La droga, di certo, è la peggiore di esse...

lunedì, settembre 14, 2009

Pubblico e privato (di Francesco Alberoni)

Sul Corriere della Sera di oggi compare - nella rubrica tenuta da Alberoni) - una interessante riflessione su sessualità e amore, che si conclude con una frase a mio avviso corretta e che andrebbe sempre ricordata da tutti:
L'amore è rischio, ma chi non si prende questo rischio non vive

mercoledì, dicembre 31, 2008

L'IMPORTANZA DI CREARE RICCHEZZA

Ho visto questo articolo di Sartori (pubblicato oggi sul Corrire della Sera) su uno dei blog che seguo (OneEnergyDream) e credo valga la pena pubblicarlo anche qui: un'analisi interessante di un fenomeno che interessa tutti...

L'IMPORTANZA DI CREARE RICCHEZZA

L'idea dei soldi come manna


di Giovanni Sartori


Il 2009 sarà il primo anno — temo — di una tempesta economica perfetta. Una tempesta perfetta destinata a durare finché non torneremo a capire come nasce il denaro, cosa fa ricchezza.
Grazie a una scuola che non è più magistra vitae, i giovani non lo sanno di certo. Per loro è come se piovesse dal cielo come la manna. Per loro il denaro ci deve essere e basta. Ma è così, purtroppo, anche per i non-più-giovani. Nell'ottica di quasi tutti la ricchezza c'è, così come c'è l'aria o il mare. Se manca è perché è maldistribuita e perché se la mangiano i ricchi. E nemmeno i ricchi, o quantomeno gli straricchi, ne sanno di più. I Berlusconi del mondo sanno benissimo fare i soldi per sé; ma perché i soldi ci siano, e come e da cosa zampillino, non è un problema che li interessi.
L'economia come scienza ha cominciato a deragliare con la sua politicizzazione diciamo di sinistra: una politicizzazione che la induce ad anteporre il problema della distribuzione della ricchezza al problema della creazione della ricchezza e, in questo solco, anche a confondere i due problemi. Ed è questa confusione che ha allevato una opinione pubblica graniticamente convinta del fatto che la ricchezza ci sia (come ci sono, che so, le piante), e che il guaio sta in come viene distribuita, cioè maldistribuita.
Ora, che la distribuzione della ricchezza sia per lo più iniqua, moralmente inaccettabile e spesso anche economicamente dannosa, è un fatto. Un fatto che però non autorizza a confondere tra la grandezza della torta e la sua divisione in fette. Perché non è in alcun modo vero che la ridistribuzione della ricchezza produca ricchezza. Anzi, se la mettiamo così, è più probabile che produca povertà.
In prospettiva — e la prospettiva ci vuole — fino alla rivoluzione industriale del primissimo Ottocento l'economia è stata prevalentemente agricola, e quindi una economia di sostentamento. Dopo la lunga stagnazione medievale il primo accumulo di ricchezza avviene con il commercio e con le città marinare (per esempio, Venezia) nelle quali è fiorito. Ma la ricchezza prodotta dalla società pre-industriale fu ricchezza da consumare (in palazzi, chiese e, s'intende, in bella vita per i pochissimi che ne disponevano), non ricchezza da accumulare per investimento, e quindi ricchezza in denaro da investire nel processo economico. Pertanto fino alla rivoluzione industriale, che è poi la rivoluzione della macchina che moltiplica a dismisura il lavoro manuale, l'uomo è vissuto in grande povertà. Il tepore del benessere si affacciò, nel contesto dello Stato territoriale nel suo complesso, soltanto nel corso dell'Ottocento. Ma sino al Novecento, talvolta inoltrato, l'uomo occidentale non ha conosciuto la società opulenta, la cosiddetta società del benessere. Che da noi è durata soltanto una cinquantina d'anni. Per dire come si fa presto a diventare viziati.
Come e quando usciremo dalla gravissima recessione nella quale siamo peccaminosamente incappati nessuno lo sa. Il punto da capire sin d'ora è che il diritto a qualcosa sussiste solo se c'è la cosa. Il diritto di mangiare presuppone che ci sia cibo. E il «diritto ai soldi» presuppone che i soldi vengano creati.